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Una ricerca psicologica
La ricerca di Croce finora ha toccato punti assai diversi tra loro: dalle campane con rose o altro, alle campane specchianti, dalle "incandescenze" alle manipolazioni di televisori e infine ai "ritratti fotografici" attuali.
Punti assai diversi tra loro, ma che in realtà sono legati da un comune accento posto su una ipotesi di immagine non soltanto nuova, cioè estranea alla tradizionale cultura iconografica (che fu naturalmente pittorica, ed estranea però anche alle suggestioni iconagrafiche da "mass media" tipo "pop"); dicevo dunque non soltanto nuova ma soprattutto tessuta di una sottile motivazione d'ordine psicologico.
A ben vedere il filo che lega le diverse esperienze finora compiute da Croce è proprio quello di una analisi-provocazione d'ordine psicologico (che è a suo modo la ricerca di una condizione di rivelazione).
Si comprende allora come in una simile prospettiva l'esperienza attuale dei "ritratti" non soltanto non è contraddittoria con il senso ultimo di momenti precedenti della ricerca di Croce, ma soprattutto delle ragioni sotterranee di quella ricerca si fa esponente direi quasi, in certo modo improvvisamente, esplicito.
Sono "ritratti fotografici" particolarissimi, e subito fascinosi. Ci appaiono personaggi indubbiamente molto particolari e individuati in pose e panni direttamente e perciò scopertamente esemplati su modelli della ritrattistica rinascimentale. (da Leonardo al Lotto).
Ora è chiaro che si stabilisce subito un gioco incrociato di molteplici ambiguità: e certo almeno fra il modello aulico pittorico (cioè squisitamente colto) e la realtà mimetico-parodistica della sua riedizione fotografica (con l'apertura conseguente di un processo di demitizzazione, ecc.); e fra l'aristocraticità del modello rinascimentale, non solo integrato, ma addirittura esemplare (anche proprio quando esemplare nell'unicità del suo acceso elittario individualismo) della società del suo tempo, e la realtà prosaica, tuttavia vitale della emarginazione del modello attuale fotografato.
E qui si entra nel vivo della natura di quell'interesse psicologico dell'emarginato attuale, nel quale tuttavia Croce riconosce proprio una sorta di eco di un antico patrimonio di « virtus » (nel senso di ricchezza e pienezza umana, di libertà spirituale). Coronando l'emarginato in certo modo, Croce propone dunque un riscatto dell'individualità contro lo stereotipo della persuasione quotidiana condotta dalla nostra società dei consumi a capitalismo più o meno avanzato.
Questi personaggi (i più colti in quello svincolamento dalla temporalità orizzontale che si apre con il «viaggio») sono per Croce esemplari per una sorta di forza interiore, quasi appunto residui episodici, oasi di un antica spiritualità, « santi » ancora aperti ad un momento magico perduto invece nel nostro tempo, e che solo uno sfasamento oltre questo tempo può permettere di riscattare.
Nel recupero minuzioso della posa, quasi da regista storicistico attento ai molteplici simbolismi aggettuali, e dunque della condizione esemplare, Croce professa non solo il suo antinaturalismo, ma esattamente la sua volontà di contraddire il tempo orizzontale dei vincoli quotidiani, per aprire invece al recupero di una sorta di verità rituale, profonda, di un tempo si può dire, di continui ritorni e continui immemoriali legami, di un fluire sciolto e naturale, che egli può allora contrapporre come vera e autentica naturalezza.
Ed è una sorta di ricerca di felicità in modo mentale, così che questi ritratti fotografici divengono delle proposizioni emblematiche di possibile alterità.
E il loro fascino è appunto nello scoprire un altrove persino temporale entro la nostra realtà (che è anzitutto quella dello stesso « mass media » fotografico), ma rivelandoci nei panni rinascimentali quasi la sontuosa ricchezza di un mondo (e dunque un tempo di ritmo vitale) in fondo perduto.
Enrico Crispolti
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